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 __Poesie__

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Stefania
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Posts : 123
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Location : Campania (Italy)

PostSubject: __Poesie__   Wed Apr 09, 2008 4:14 pm

Le strenne degli orfani

I
La stanza è piena d'ombra; si sente vagamente
Di due fanciulli il triste e dolce mormorio.
Chinano un po' la fronte, di sogno ancora greve,
Sotto la bianca tenda che trema e si solleva...
- Gli uccelli intirizziti si stringono di fuori;
Le ali s'intorpidiscono nel grigiore del cielo;
E l'Anno nuovo ride, con la sua scia brumosa,
Strascicando le pieghe della veste nevosa,
Sorride e insieme piange, rabbrividisce e canta...


II
Ora i due fanciullini, sotto la tenda viva,
Parlano piano come si fa a notte fonda.
Ascoltano, pensosi, un mormorio lontano...
Sussultano sovente alla chiara voce d'oro,
Del timbro mattinale, che scandisce ostinato
Il suo ritmo metallico nel suo globo di vetro...
- Poi, la stanza è gelata... si vedono per terra,
Sparsi intorno ai lettini, dei vestitini neri:
L'aspro vento d'inverno che geme sulla soglia
Soffia dentro la casa il suo fiato affannoso.
Si sente, in tutto ciò, che manca qualche cosa...
- Non c'è dunque una madre per questi fanciullini,
Madre dal fresco riso, dagli sguardi trionfanti?
Ella ha dimenticato, a sera, sola e china,
D'attizzare una fiamma strappandola alle ceneri,
E di stender sui figli la lana ed il piumino
Prima di ritirarsi esclamando: perdono...
Non ha dunque previsto il freddo mattinale?
Né ben sbarrato l'uscio alla bora invernale?...
- Il sogno della madre è il tiepido tappeto,
È il nido cotonato dove i fanciulli stretti,
Come graziosi uccelli nella culla dei rami,
Dormono un sonno dolce di candide visioni!...
- Questo è soltanto un nido senza piume e calore,
Dove i piccini han freddo, non dormono, han paura;
Nido che il vento amaro deve aver reso gelido...


III
Il cuore ve l'ha detto: - son bimbi senza madre,
Non più la madre in casa! - e il padre è assai lontano!...
- Una vecchia domestica, ne ha preso allora cura.
I bimbi sono soli nella casa gelata;
Orfani di quattr'anni, ecco che nella mente
Si desta piano piano un ricordo ridente...
Ed è come un rosario che si sgrana pregando:
- Ah che bella mattina fu quella delle strenne!
Ognuno, nella notte, vide i suoi doni in sogno,
Un sogno strano in cui si vedono balocchi,
Confetti in carta d'oro, gioielli scintillanti,
Turbinare e danzare una danza sonora,
Poi fuggir fra le tende, poi riapparire ancora!
Si svegliavano presto, si alzavano gioiosi,
Con le labbra golose, e sfregandosi gli occhi...
Ed andavano insieme, coi capelli arruffati,
Con lo sguardo raggiante delle feste più grandi,
E coi piedini nudi sfiorando lievi il suolo,
A bussar dolcemente alla porta materna...
Entravano!... Ed allora quanti auguri... in pigiama,
I baci replicati, e l'allegria concessa!


IV
Com'era affascinante, ridir quelle parole!
- Ma com'è ormai cambiata, la casa d'una volta:
Un fuoco scoppiettava, chiaro, nel caminetto,
Tutta la vecchia stanza ne era illuminata,
E i riflessi vermigli del grande focolare,
Sopra il mobilio lustro amavano danzare...
- L'armadio senza chiavi!... Senza chiavi l'armadio!
Ne guardavano spesso la porta bruna e nera...
Senza chiavi!... che strano!... Spesso fantasticavano
Sui misteri assopiti nei suoi fianchi di legno,
E credevan di udire, nel fondo della toppa
Vuota, un brusio lontano, vago e lieto sussurro...
- Oggi la grande stanza dei genitori è vuota:
Nessun riflesso rosso traluce dalla porta;
Scomparsi i genitori, le chiavi, il focolare:
E dunque niente baci, niente dolci sorprese!
Che Capodanno triste sarà questo per loro!
- E pensierosi, mentre dai grandi occhioni blu
Sommessamente scende una lacrima amara,
Mormorano: "Ma quando ritornerà la mamma?"
......................................................


V
Ora i due fanciullini dormono tristemente:
A vederli, direste che piangono dormendo,
Tanto son gonfi gli occhi e il respiro penoso!
Tutti i bambini piccoli hanno il cuore sì tenero!
- Ma l'angelo delle culle asciuga i loro occhi,
E mette un sogno lieto in quel sonno pesante,
Un sogno sì gioioso che le labbra socchiuse
Sembrano, sorridenti, mormorare qualcosa.
- Sognano che, piegati sopra il braccino tondo,
Nel gesto del risveglio, sporgono un po' la fronte,
E il loro sguardo vago tutto intorno si posa...
Credono di dormire in un paradiso rosa...
Nel caminetto scoppia felice e canta il fuoco...
Di là dalla finestra, si vede un cielo blu;
La natura si desta e s'inebria di raggi...
La terra, quasi spoglia, felice di rivivere,
Ha fremiti di gioia sotto i baci del sole...
E nella vecchia casa tutto è caldo e vermiglio:
I vestiti da lutto non son più sparsi a terra,
Il vento freddo ormai si è quietato alla porta...
Si direbbe che là sia passata una fata!...
- I fanciulli, gioiosi, hanno gridato... Là,
Presso il letto materno, sotto un bel raggio rosa,
Là, sul grande tappeto, risplende qualche cosa:
Sono dei medaglioni d'argento, neri e bianchi;
E giada e madreperla dai riflessi brillanti,
Son cornicette nere, e corone di vetro,
Con tre parole incise in oro: "A NOSTRA MADRE!"

Sensazione

Le sere blu d'estate andrò per i sentieri,
Punzecchiato dal grano, pestando l'erba fine:
Sentirò, trasognato, la freschezza ai miei piedi,
E lascerò che il vento bagni il mio capo nudo.
Io non parlerò più, non penserò più nulla:
Ma l'amore infinito mi salirà nell'anima,
E lontano, lontano, andrò come uno zingaro,
Nella Natura, - lieto come con una donna.

I poeti di sette anni

A P. Demeny
E la madre, chiudendo il libro del dovere,
Se ne andava contenta e fiera; non vedeva
Negli occhi azzurri e sotto la fronte prominente,
L'anima di suo figlio colma di ripugnanza.
Tutto il giorno sudava obbedienza; era molto
Intelligente; eppure tic neri e qualche tratto
Rivelavano in lui un'acre ipocrisia.
Nei corridoi oscuri dai parati muffosi,
Faceva le boccacce, stringendo i suoi due pugni
All'inguine, e negli occhi chiusi vedeva punti.
Una porta s'apriva nella sara: alla lampada
Lo si vedeva, là, rantolar sulla rampa,
Sotto un golfo di luce che pendeva dal tetto.
L'estate, vinto, ottuso, si ostinava caparbio
A rinchiudersi dentro la frescura dei cessi:
Lì pensava tranquillo, dilatando le nari.
E quando, ripulito dagli odori del giorno,
L'orto dietro la casa, d'inverno, si illunava,
Seduto accanto a un muro, sepolto nella marna
E schiacciandosi gli occhi per avere visioni,
Udiva il brulicare delle spalliere putride.
Che pietà! Suoi compagni eran solo quei bimbi
Che, grami, a fronte nuda, con gli occhi liquescenti,
Celavano i ditini, gialli e neri di fango,
Sotto vecchi vestiti che puzzavan di sciolta,
E parlavan coi modi timidi degli idioti.
Se, dopo averlo colto in turpi compassioni,
Sua madre sbigottiva, la grande tenerezza
Del bimbo si sfogava sopra quello stupore.
Era bello. Ella aveva lo sguardo blu, - che mente!
A sett'anni faceva romanzi sulla vita
Dei deserti, ove splende la Libertà rapita,
Foreste, soli, rive, savane! - Si aiutava
Coi giornali illustrati, sui qualli tutto rosso
Egli guardava ridere Spagnole ed Italiane.
Quando (occhi bruni, folle, vestita di cotone)
Veniva la bambina dei vicini operai,
E lei quasi brutale addosso gli saltava
Sulla schiena, in un angolo, e scuoteva le trecce,
Standole chino sotto le mordeva le natiche:
Dato che mutandine, quella, non ne portava;
- Lui, pesto ed ammaccato da pugni e da pedate,
Portava quel sapore di pelle nella camera.
Temeva le domeniche beffarde di dicembre,
Allora, impomatato, su un tavolo di mogano,
Leggeva in una Bibbia dal taglio verde cavolo.
L'opprimevano i sogni nell'alcova, ogni notte.
Non adorava Dio; amava invece gli uomini
Che nella sera fulva, neri, dentro la blusa,
Rientravano ai sobborghi dove dei banditori
Fanno, coi loro editti, ridere e urlar la folla.
- Sognava praterie ebbre d'amore, dove
Onde di luce, balsami, pubescenze dorate,
Fanno un rumore calmo e prendono lo slancio!
Egli prediligeva le cose tenebrose;
Se nella stanza nuda dalle persiane chiuse,
Alta e azzurra, pervasa di un'acre umidità,
Leggeva un suo romanzo da sempre meditato,
Cieli pesanti d'ocra, foreste immense e ancora
Fiori di carne ai boschi astrali si schiudevano,
Scoscendimenti, rotte, vertigine e pietà!
- Mentre già si animavano i suoni del quartiere,
solo e steso supino su dei pezzi di tela
Grezza, egli presentiva violentemente il mare!
26 maggio 1871


Le mie piccole amorose

Un idrolato lacrimale lava
I cieli verde-cavolo;
Sotto la pianta gemmata che sbava,
I vostri caucciù.
Bianche di luna assai particolari
Dalle eminenze tonde,
Cozzate pur le vostre ginocchiere,
Mie dilette racchione!
Noi ci amavamo tanto nel passato,
O mia racchiona blu!
Mangiavamo soltanto uova alla coque
E semi di scagliola!
Mi hai conosciuto poeta, una sera,
O mia racchiona bionda:
Vieni un po' giù, che ti voglio frustare
Distesa sul mio grembo.
Ho vomitato la tua brillantina,
O mia racchiona nera;
Tu potresti tagliarmi il mandolino
Col filo della fronte.
Schifo! La mia saliva disseccata,
O mia racchiona rossa,
Continua ad infettare le trincee
Del tuo seno rotondo!
Oh sapeste, mie piccole amorose,
Sapeste quanto vi odio!
Appioppate ceffoni dolorosi
A quei vostri tettoni.
Calpestate le mie vecchie terrine
Colme di sentimento;
- Su dunque! siate le mie ballerine
Per un solo momento!...
Ecco che vi si slogano le scapole,
O mie piccole amate!
Una stella alle reni traballanti,
Fate bei girotondi!
Eppure è proprio per questa carnaccia
Che ho scritto le mie rime!
Vorrei davvero fiaccarvi le reni
per avervi adorate!
Congerie insulsa di stelle fallite,
Andate dunque a cuccia!
- Voi creperete in Dio, sotto la soma
Delle ignobili cure!
Sotto le lune assai particolari
Dalle eminenze tonde,
Cozzate pur le vostre ginocchiere,
Mie dilette racchione!


Lacrima

Lontano dagli uccelli, da greggi e contadine,
bevevo, accoccolato in non so qual brughiera
circondata di teneri boschetti di nocciuoli,
Nella foschia di un verde e tiepido meriggio.
Che potevo mai bere in quella giovine Oise,
Olmi senza voce, prato senza fiori, cielo coperto.
Che spillavo alla fiaschetta di colocasia?
Qualche liquore d'oro, che fa sudare, insipido.
Sarei stato, così, cattiva insegna di locanda.
Poi lo scroscio mutò il cielo, fino a sera.
Furon paesi neri, dei laghi, delle pertiche,
Dei colonnati sotto la notte blu, stazioni.
L'acqua dei boschi fluiva su delle sabbie vergini.
Il vento, dal cielo, gettava ghiaccioli agli stagni...
E come un pescatore d'oro e di conchiglie,
Posso dir che nemmeno ho pensato di bere!


"Che son per noi, mio cuore..."

Che son per noi, mio cuore, le distese di sangue
E di bragia, e gli eccidi, e tutti i lunghi gridi
Della rabbia, singulti dell'inferno che atterra
L'ordine; e l'Aquilone che soffia sui detriti;
E ogni vendetta? Nulla!... - Ma ancora, tutta intera,
Noi la vogliamo! Principi, industriali, senati:
Perirete! Potenza, storia, giustizia: abbasso!
Ciò ci è dovuto. Il sangue! il sangue! fiamma d'oro!
Soltanto per la guerra, la vendetta, il terrore,
O mio spirito! Affonda nella piaga: Ah! passate,
Repubbliche del mondo! E voi Imperatori,
Popoli, reggimenti, coloni, perirete!
Chi può smuovere i turbini del fuoco furibondo?
Solo noi e coloro che crediamo fratelli!
Miei fantastici amici: a noi! sarà una festa!
Mai noi lavoreremo, o marosi infuocati!
Asia, America, Europa, voi dovete sparire.
Marciando alla vendetta, abbiamo invaso tutto,
Le città e le campagne! - Ma saremo scacciati!
Salteranno i vulcani! E l'Oceano colpito...
Oh! amici miei! - Mio cuore, sii certo, son fratelli:
Voi, neri sconosciuti, venite! Andiamo! Andiamo!
O sventura! ecco fremo, e questa vecchia terra,
Su me sempre più vostro! la terra si precipita,
Non è nulla! son qui! io sono sempre qui.


Memoria

I
L'acqua chiara, come il sale di lacrime d'infanzia,
L'assalto al sole dei corpi biancheggianti delle donne;
La seta, in ressa edi giglio puro, degli oriflammi
Sotto le mura che un giorno difese una pulzella;
I sollazzi degli angeli; - No... la corrente d'oro in moto,
Muove le braccia, nere, e pesanti, e fresche d'erba. Lei
Oscura, col Cielo blu come cielo d'alcova, invoca
Come cortine l'ombra del colle e del ponte.

II
Eh! il vetro umido stende le sue limpide bolle!
L'acqua arreda d'oro pallido e senza fondo gli strati pronti.
Le vesti verdi e stinte delle fanciulline
Fanno i salici, donde sbrigliati scattano gli uccelli.
Più pura d'un marengo, gialla e calda pupilla,
La ninfea - è la tua fede coniugale, o Sposa! -
Nel lesto meriggio, dal suo specchio appannato, invidia
Al cielo grigio d'afa la sfera rosa e cara.

III
La Signora sta troppo eretta nella prateria
Vicina su cui nevicano i fili del lavoro; con l'ombrello
Fra le dita calpesta l'umbella; troppo fiera per lei;
In quel fiorito verdeggiare, fanciulli leggono
Il libro marocchino rosso! Ahimè. Lui, come
Mille angeli bianchi che si separano per via,
S'allontana al di là della montagna! Lei,
Fredda, e nera, corre! dopo la partenza dell'uomo!

IV
Rimpianto delle braccia sode e fresche d'erba pura!
Oro delle lune d'aprile nel cuore del letto santo! Gioia
Dei cantieri rivieraschi in abbandono e in preda
Alle sere d'agosto che facevano germinare le putrescenze!
Adesso ella pianga sotto i bastioni! l'alito
Dei pioppi di lassù è per la sola brezza.
Poi, la distesa, senza riflessi, senza fonte, grigia:
Un vecchio draga e, nella sua barca immobile, s'affatica.

V
Zimbello di quest'occhio d'acqua tetra, io non posso prendervi,
O canotto immobile! oh! braccia troppo corte! né l'uno
Né l'altro fiore:né quello giallo che mi infastidisce,
Là; né quell'azzurro, amico dell'acqua color della cenere.
Ah! la polvere dei salici scossa da un'ala!
Le rose dei giunghi da tempo divorate!
Il mio canotto, sempre fisso; e la sua catena trascinata
In fondo a quest'occhio d'acqua senza sponde, - verso quale fango?
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